Quando una diagnosi interrompe la continuità della vita, la scrittura può diventare un gesto radicale: un atto di resistenza, di presenza, di cura. Raccontare non significa solo dare forma al dolore, ma attraversarlo, abitarlo, riconoscersi ancora come soggetti capaci di senso. "Diario di Bordo come spazio di cura" esplora il valore della narrazione nei percorsi oncologici, mostrando come la scrittura possa affiancare la cura medica e aprire luoghi di ascolto, consapevolezza e trasformazione. Attraverso le voci di pazienti ed ex pazienti, il testo racconta la possibilità di un tempo diverso, in cui la persona non coincide con la diagnosi, ma rimane protagonista della propria storia, delle proprie relazioni, della propria identità in movimento. In un presente che accelera, semplifica e chiede risposte immediate, si rivendica il diritto di rallentare, di sostare nella parola, di accogliere la complessità. La scrittura diventa così uno spazio di incontro con sé, con l’altro, con ciò che fa paura ma anche con ciò che resiste. Una pratica che non promette guarigioni facili, ma apre varchi di senso, restituendo alla cura la sua dimensione più profonda: quella umana, relazionale, condivisa.